Quando si parla di assegno divorzile, uno degli aspetti più delicati riguarda la ricostruzione di ciò che è realmente accaduto durante la vita di coppia.

Chi si è occupato prevalentemente dei figli? Chi ha sacrificato o interrotto il proprio percorso professionale? E soprattutto: come si dimostra, magari a distanza di molti anni, che determinate scelte sono state compiute nell’interesse della famiglia e condivise tra i coniugi?

Su questo tema è interessante un recente principio espresso dalla Corte di Cassazione.

Il contributo alla famiglia non si misura soltanto con il reddito

Nel caso esaminato, durante la vita coniugale la moglie aveva dato un contributo effettivo alla famiglia e anche al successo professionale del marito.

Un elemento importante era rappresentato dalla nascita della terza figlia. Con l’aumento degli impegni di cura, la donna aveva successivamente cessato di lavorare.

Il punto interessante è che, in assenza di elementi contrari, questa successione di eventi può assumere rilievo anche sul piano probatorio.

Non è sempre necessario, infatti, avere un documento nel quale i coniugi abbiano formalizzato una scelta del tipo: “tu smetti di lavorare e ti occupi maggiormente dei figli mentre io proseguo la mia carriera”.

La realtà familiare, evidentemente, non funziona così.

Molte decisioni vengono prese nel corso degli anni senza essere messe per iscritto. Ed è proprio per questo che, secondo la Cassazione, il giudice può ricostruirle anche attraverso un ragionamento presuntivo, partendo dalle circostanze concrete emerse nel processo.

La rinuncia al lavoro può rappresentare un sacrificio rilevante

Nel caso esaminato, la cessazione dell’attività lavorativa della moglie è stata collegata all’incremento dei compiti di cura conseguente alla nascita della terza figlia.

In mancanza di elementi di segno contrario, tale scelta è stata considerata frutto di una valutazione condivisa tra i coniugi e idonea a rappresentare un sacrificio professionale per la donna.

Questo passaggio, a mio avviso, è particolarmente importante.

Nelle cause di divorzio non possiamo guardare soltanto alla fotografia economica del momento in cui la coppia si separa definitivamente.

Bisogna ricostruire anche il percorso che ha portato a quella situazione.

Se uno dei coniugi ha potuto dedicarsi maggiormente alla propria professione anche perché l’altro ha assunto una parte più consistente dei compiti familiari e di cura dei figli, questo contributo può assumere rilievo nella valutazione dell’assegno divorzile.

Come si prova una scelta familiare fatta molti anni prima?

È probabilmente questo l’aspetto più concreto della decisione.

Nella vita quotidiana le coppie raramente documentano le proprie scelte organizzative. Nessuno pensa, mentre nasce un figlio o si decide di lasciare temporaneamente un lavoro, che un giorno sarà necessario dimostrare quella decisione davanti a un giudice.

Per questo acquistano importanza i fatti.

La nascita di un figlio, l’aumento delle esigenze di cura, la successiva cessazione dell’attività lavorativa, la distribuzione dei compiti familiari e il contemporaneo sviluppo della carriera dell’altro coniuge possono essere elementi che, valutati nel loro insieme, consentono al giudice di ricostruire ciò che è accaduto.

Non si tratta di presumere automaticamente che ogni rinuncia professionale sia stata fatta per la famiglia.

Si tratta, invece, di leggere in maniera coerente le circostanze concrete quando queste convergono nella stessa direzione e non emergono elementi contrari.

E la convivenza prematrimoniale?

Il tema diventa ancora più interessante quando la storia della coppia non inizia con il matrimonio.

Sempre più spesso, infatti, prima delle nozze esistono anni di convivenza nei quali possono essere già maturate scelte importanti: nascita dei figli, organizzazione della famiglia, rinunce lavorative, trasferimenti o decisioni che favoriscono la carriera di uno dei due.

Per questo, quando si discute delle conseguenze economiche del divorzio, la storia della famiglia non dovrebbe essere letta come una semplice successione di date.

Occorre capire quando sono state compiute le scelte che hanno prodotto lo squilibrio economico e quale contributo ciascuno ha dato alla costruzione della vita familiare.

Il punto da ricordare

L’assegno divorzile non dovrebbe trasformarsi in un calcolo automatico basato sulla sola differenza tra i redditi.

La questione è più complessa.

Quando uno dei coniugi ha concretamente contribuito alla famiglia e, nell’ambito delle scelte maturate durante la vita comune, ha sacrificato opportunità professionali assumendo maggiori compiti di cura, quel percorso può essere valutato dal giudice.

E la prova non passa necessariamente da accordi scritti.

Anche una serie coerente di fatti può consentire di ricostruire una scelta familiare condivisa.

È un principio che considero importante perché riporta il giudizio sulla realtà delle famiglie: non conta soltanto quanto ciascuno guadagna alla fine del matrimonio, ma anche ciò che ciascuno ha fatto, e talvolta ciò a cui ha rinunciato, per costruire quella famiglia.